Design for the city: Agorà Vallette

12/10/2017 Officine Caos

Un workshop per ripensare la piazza Eugenio Montale alle Vallette. Un modo per rendere i cittadini partecipi al cambiamento

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Relatori

  • Azzurra Spirito - Social Innovation Storytelling
  • Roberta Destefanis - Systemic Designer

Quale piazza vogliamo essere? E quali sono i prossimi passi da compiere per migliorare la zona Vallette? È sempre difficile coinvolgere i cittadini a quesiti del genere. Molto spesso siamo legati all’idea che siano le istituzioni a muovere le redini. Ma è il coraggio di mettersi in gioco che può realmente cambiare le cose, al fine di porre piazza Montale al centro di un percorso, per poter co-progettare attraverso l’inclusione sociale e l’innovazione culturale. Inizia con questa domanda il workshop: quale piazza vogliamo essere? Un modo per interagire col pubblico, per far esprimere le loro idee. La domanda serve a rompere il ghiaccio, a farci ricordare e immaginare luoghi a noi cari, sentimenti ed emozioni riconoscibili, associati a luoghi. Il ricordo di un luogo è ricordare noi stessi in un’immagine, forse lontana nel tempo o forse no, ma intimamente legata al nostro passato e quindi al futuro.

Immaginare una piazza è costruirla. Storie di vita si incrociano nei racconti della piazza. Chi racconta di amori, chi della forza della partecipazione, di riunione. Racconti che ci danno con forza l’idea che la piazza sia non solo un luogo, ma un momento di comunanza. Ma il lavoro non finisce qui: bisogna ripensare a quegli elementi incastonati nel cuore e trasportali a ciò che abbiamo più vicino, a quel posto in cui viviamo. Come cambiare piazza Eugenio Montale? Come poter trasformare un luogo in un sentimento e quindi far uscire quel luogo dall’anonimato. Una foto dall’alto è posta su una bacheca; dalla ex scuola fino ai giardini, piazza Montale e dintorni sono lì, in quella immagine, la vita pulsante del quartiere in una foto. Quale luogo di quella zona è emotivamente legato ai partecipanti? Luoghi da individuare all’interni di una zona, di una striscia di terra. Un gioco che sottolinea l’importanza del luogo nella nostra vita. I partecipanti rispondono su un post-it colorato da appiccicare alla parete. Un post giallo per i luoghi associati a qualcosa di positivo e uno blu per quelli negativi. I partecipanti indicano con i post-it i luoghi della piazza, sollevando problematiche e valutandone gli aspetti positivi. Un modo concreto per indicare davanti ad altri e davanti a sé stessi ciò che si è sempre pensato e che, forse, non si è mai detto ad altri. Problemi sociali, in tutta la zona, anche di spaccio di droga. Alcuni luoghi non sono accoglienti, dicono in molti a voce e con i post-it.

Si eleva quindi la necessità di “portare le vallette in altri luoghi” per avvicinare le persone, far rivalutare un posto considerato buio, poco accogliente, un quartiere associato alle carceri presenti in loco. Ma Vallette non è solo questo; c’è chi racconta che ha trovato un ambiente molto accogliente, un quartiere ospitale. “È una piazza vissuta dalle persone che hanno voglia di condividere e di incontrarsi”. Ma altri non sono d’accordo tutti. Alcune si lamentano della mancanza di un luogo aggregativo. Non hanno neanche un bar in piazza. Terza fase: Viene data una mappa di piazza Montale e viene chiesto quale area vorrebbero modificare e come. Inizia una fase di progettazione: i cittadini iniziano a progettare ciò che vorrebbero nella loro piazza. Disegnano, divisi in due gruppi- un capogruppo racconterà ciò su cui hanno lavorato. Uno squillo di tromba dal cellulare della moderatrice segna “la chiamata alle armi”, l’inizio del racconto dei progetti. È il momento dell’ascolto. Eliminare le barriere per aprire la piazza, un’esigenza comune ai due gruppi. Un luogo al centro per eventi. Un luogo nella piazza per bar e ristoranti e tante proposte che qui non abbiamo il tempo di raccontare. Finiscono i lavori, il sipario è calato, ma rimane ferma la volontà di continuare un progetto. I cittadini vanno via, tornano alle loro case, forse felici di aver dato un contributo o, forse, di aver potuto dire la propria.

Testo di Flavio Lo Faro

Foto di Melania Cioata-Burduja

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