TO-Make: Makers and New Serials

Torino Incontra, Sala Giolitti. 11/10/17, ore 14-16.30.

Il fenomeno dei Makers, diffusosi con le nuove tecnologie di produzione e distribuzione digitali, costituisce una nuova componente del settore del design avvicinando tecniche innovative e produzione artigianale, dando possibilità di emergere alla piccola serie e creando un nuovo tipo di produttori.

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Relatori

  • Sara Fortunati, Co-founder Operae Independent Design Fair; Project manager and partner of BOLD srl.
  • Cesare Castelli, imprenditore dell’arredamento. Co-fondatore di Milano Makers.
  • Elena Santi, ideatrice e curatrice presso Open Design Italia e ODI Factory.
  • Bruce Sterilng, scrittore fantascientifico, Curatore di “Casa Jasmina”.
  • Jasmina Tesanovic, femminista, attivista, scrittrice, giornalista, traduttrice e regista serba.
  • Alba Cappellieri, professore Ordinario al Politecnico di Milano e alla Stanford University, dal 2014 è direttore del Museo del Gioiello nella Basilica Palladiana a Vicenza.
  • Francesca Gambetta, laureata in Lettere Moderne, lavora come Program Manager – Coordinatrice Creatività e Nuovi Media, Area Innovazione Culturale Compagnia di San Paolo, Torino. Da aprile 2014, è anche Project Manager del Festival “Torino e le Alpi”, del programma “Torino e le Alpi” della Compagnia di San Paolo.

“Chi si ribella si autoproduce”.

L’incontro di oggi verteva su vari quesiti, cui i relatori hanno provato a rispondere attraverso le loro riflessioni, inerenti al nuovo ruolo dei makers.

Il mondo dei makers è in costante sviluppo, questo anche con i fablab che sono emersi nel mondo. Il Fablab di Torino include ragazze fino ai 25/30 anni. Ma come è possibile stimolare la sostenibilità e generare credibilità al fine di una larga diffusione sul territorio?

Un esempio si ha con il regeneration project di Casa Jasmina: glamerous design star. Nello specifico, essa nasce come uno spazio all’interno del quale possiamo personalizzare le nostre idee a modo nostro e condividerle.

Jasmina Tesanovic è stata entusiasta nell’affermare che quando nella stanza vi sono donne si ragiona in un modo diverso: impossibile dunque non dar voce ad esse e forse non è un caso se la maggioranza delle relatrici erano donne. Per questo motivo il focus oggi verrà posto in particolare sui loro interventi.

Elena Santi ha dato il suo apporto col concetto di Open Design.

Quando parliamo di ‘open’, intendiamo mettere insieme tutte le idee e condividerle, ma nel momento in cui ciò avviene sorgono dubbi: cosa vuol dire condividere? Nel settore del design può non essere un’azione così sicura, senza una solida azienda alle spalle dotata di una schiera di avvocati che copra ogni eventuale furto di idee.

Ma ‘Open’ è inteso anche come apertura ad un nuovo modo di pensare al design e al nuovo mercato dello stesso, un mercato di auto-produzione di piccola serie, che segue una filiera più breve.

Fino ad ora il design era stato visto come un prodotto che doveva essere osservato, ma non toccato; dal 2010 le cose sono cambiate: il designer manda foto di oggetti davvero realizzati, noi chiediamo la carta d’identità dell’oggetto.

In questo nuovo scenario ci sono due parole su cui focalizzarsi: volontà e tempo.

La prima spinge a partire e portare avanti un progetto, ma anche il tempo risulta essenziale.

Quando è cambiato il modo di percepire il design e l’innovazione, le aziende non capivano perché i designer dovessero essere imprenditori di se stessi. Oggi si è compreso come il miglior modo per presentare un oggetto sia farlo in chiave italiana, ma al contempo straniera: infatti, gli oggetti devono avere un valore, ma devono anche essere posizionati sul mercato.

A Torino, Operae ha dato un contributo significativo, otto anni fa come mostra del mercato del design auto-prodotto, oggi invece come design fairy.

Anche Alba Cappellieri. direttrice Museo del Gioiello a Vicenza, ha dato il suo apporto (creativo) alla discussione. Immersa nel lucente universo dei gioielli, ci ha lusingato con un dato che ha visto l’Italia come produttrice, fino agli anni 2000, del 70% dei gioielli mondiali.

“Il gioiello è un oggetto di frontiera è arte artigiano, moda, industria e design”, ha continuato, ponendolo come ottimo esempio per comprendere quanto sia importante l’analisi del contesto, al fine di produrre un oggetto, un gioiello in questo caso, adatto alla varietà del mercato in costante cambiamento.

Bisogna essere multidisciplinari ed essere un po’ progettisti, un po’ ingegneri ed anche un po’ esperti di marketing, il tutto anche al fine di far fronte alla crisi di qualità cui si sta andando incontro: il mondo dell'auto-produzione è un mondo dove l'aspetto amatoriale è spesso preponderante all'aspetto di mercato.

È necessario capire la direzione in cui si muove il mercato, il cui punto di vista è fondamentale. Il designer italiano deve guardare al passato e al futuro, non è pensabile per l'autoproduzione non avere un confronto con il mercato; Operae e le piattaforme affini possono facilitare il tutto.

Infine, anche Francesca Gambetta è stata stimolata a parlare delle proprie conoscenze.

Ha posto il focus sull’importanza di connettere necessità, bisogni e opportunità che emergono dal contesto; ma per inserirsi in questo mondo non semplice, occorrono coraggio e responsabilità nei confronti delle idee coraggiose.

Nel suo discorso ha evidenziato cinque concetti fondamentali di cui tener conto: la qualità, non ci può essere innovazione di bassa qualità; la coscienza storica (quindi sapere da dove arriviamo e conoscere la tradizione), ma anche morale/etica nel comportamento verso la società; il conflitto, che si esprime anche nel confronto e nello scambio; l’emancipazione, poiché ciò che nasce deve poi spiccare il volo e trovare un posto nella società; per ultimo, non per importanza, la gioia, che esplode nella passione che ci si mette.

Dunque, al termine di questo intervento, come concludere se non con una citazione che lasci un sapore dolce? “Il percorso dell'innovazione parte da una consapevolezza romantica della propria cultura e della propria idea”.

#stayhungry #staymakers


Testo di Sara Farinasso e Clarissa Marchese

Foto e video di Clarissa Marchese

Social e Storify di Sara Farinasso e Clarissa Marchese